— Il babbo! — esclamò Evangelina.
Proprio lui, mio suocero.
L'amarezza del francobollo sprecato per un po' scomparve travolta nel piccolo tumulto della gioia, poi si mostrò un istante, per sparire di nuovo in eterno.
— Peccato! — disse mia moglie.
— Peccato ch'io sia venuto? — interrogò mio suocero, fingendo di intendere così per farsi fare un'altra carezza.
— No — rispose ingenuamente Evangelina — peccato che ti abbiamo scritto una lunga lettera, e non sono dieci minuti che l'abbiamo impostata.
— Sicuro — insistei — non sono dieci minuti.
Era invece una mezz'ora buona e lo sapevamo benissimo; ma ogni dolore vuole il suo balsamo e la sua vendetta, e dopo d'aver sagrificato quei venti minuti alla rettorica tiranna, il francobollo ci parve vendicato abbastanza e non ci fece ombra di male.
Nell'abbracciare sua figlia, mio suocero era quell'eccellente allevatore di bachi che avevo sempre conosciuto; nel baciar me, nello stringerci la mano, nel guardarmi, aveva una certa aria diplomatica che non gli avevo visto mai.
— Ho bisogno di parlarti — mi disse solennemente quando fummo soli.