E perdendo ad un tratto la pazienza, e con la pazienza la solennità, aggiunse alla buona:

— Ti porto una lite.

— Una lite! — esclamai guardando con occhio sospettoso.

Egli rimase serio e ripetè gravemente:

— Ti porto una lite, una bella e buona lite; si tratta d'un compromesso. Giovanni Resta si era obbligato a comprare dei bozzoli ad un dato prezzo, ora nega il suo obbligo... ed io...

— Tu!... sei dunque tu l'avversario?

— Sicuro; non ti pare che io possa stare in giudizio come un altro? Ho detto a Giovanni Resta che ha torto, e deve sentirselo ripetere in tribunale, in appello ed in cassazione. Litigheremo, e vogliamo ridere; sarà una cosa lunga...

— C'è un contratto? — domandai.

— Di scritto nulla, ed è perciò che si fa la lite; se avessi in mano un po' di nero sul bianco, credi tu che Giovanni Resta andrebbe in tribunale con la sicurezza di farsi dar torto? Ma noi sosterremo la validità del contratto verbale, lo faremo giurare, e se giura, lo accuseremo d'aver giurato il falso. Io dico faremo, ma sei tu che farai tutto questo; io torno a Monza col primo treno.

— C'erano dei testimoni? — domandai con una pacatezza che metteva mio suocero alla desolazione.