E il primo cliente era venuto, ma senza portarci se non cose che avevamo in casa: una maggiore contentezza e una speranza più robusta, non contando un calendario a prezzo ribassato. Avevamo ancora alcune finestre senza cortine, e ce ne consolavamo ancora amando smodatamente la luce, ed io portava bravamente il mio cappello a staio delle nozze, il più lisciato di tutti i cappelli del mondo incivilito, col pretesto sempre nuovo che «non ci avevo testa», s'intende ad occuparmi di simili bazzecole. Ahimè! no, non era così affaccendato, come volevo parere; ci accadeva ancora di uscire entrambi a braccetto, Evangelina ed io, unicamente per andare a gettare una lettera in una buca lontana.

Ma non pativamo nè noia, nè sgomento, perchè ci dava abbastanza da fare l'impiego delle nostre rendite. In ciò mia moglie aveva fatto studi profondi; io devo a lei la convinzione che ogni lira si compone di un gran numero di centesimi; molto prima di lei me l'aveva detto mia madre buon'anima, e, poverina, non era riuscita a persuadermi.

Quando volevamo stare allegri, come altri viaggia per isvagarsi, o va alla commedia od all'opera, noi ce ne andavamo a braccetto lungo le vie fiorite del nostro avvenire. Ed erano sempre nuove vedute, orizzonti più dorati di quelli del tropico, castelli ricolmi d'ogni delizia, teatri in cui assistevamo a scene attraenti e udivamo canti consolatori, accompagnati da suoni, che parevano carezze.

Quelli erano i giorni di sole.

E vennero i giorni di pioggia e di vento, al cui ricordo mia moglie rabbrividisce ancora ed io sorrido. Per lo più erano i lunedì dell'ultima settimana del mese, ma sempre e ad ogni modo giungevano inaspettati, anzi contro tutte le nostre previsioni; si era allegri, quasi spensierati, il calendario segnava tempo costante; ed ecco Evangelina si accostava alla finestra e tornava a dirmi che pioveva; cioè che nei nostri calcoli della vigilia avevamo dimenticato il conto della legna, o quello della lavandaia, e che in sostanza prima del mezzodì in tutta la casa dell'avvocato Placidi non sarebbe rimasto un soldo, a pagarlo un milione.

Allora la fronte dell'avvocato Placidi si oscurava per ricevere le ispirazioni del suo genio, e il suo genio, senza perder tempo, gli suggeriva di cavare dal taschino del panciotto l'orologio d'oro, un Vacheron di Ginevra, di metterlo fra due fiocchi di bambagia in uno scatolino di cartone, cacciare lo scatolino col suo contenuto in una tasca, abbottonarsi ben bene ed incamminarsi senza paura. E l'avvocato Placidi, fatto docile dalla esperienza, non si ribellava più come la prima volta; quanto era pronto il consiglio, altrettanto era spiccia l'esecuzione; egli cavava dal taschino il suo orologio, gli domandava scusa per celia, o gli faceva un discorsetto sulla sorte degli orologi, che vengono al mondo con la calotta d'oro, sentenziava che le calotte e le altre cose d'oro, tanto invidiate, hanno il loro lato cattivo anzi pessimo; e quando con la sua parlatina era riuscito a far ridere sua moglie, che lo stava guardando con occhi di pietà, allora si rifaceva serio, si abbottonava per resistere in strada all'istinto di guardar l'ora e si avviava senza paura...

Si avviava; mi avviavo.

Finchè attraversavo le vie popolose, la mia disinvoltura non era esposta a dure prove; tutto al più qualche monello, vedendomi abbottonato fin sotto il mento, per il gusto di farmi sbottonare e poi ridere della mia bonarietà coi colleghi, mi chiedeva che ora era.

Ma io usciva di casa preparato a tutto, e rispondevo allungando il passo: — Sono le otto e mezza.

Entrando nella viottola deserta, dove si apriva la nota porticina col numero 3, sentivo battere il cuore, e giravo intorno sguardi sospettosi; dalle finestre e dalle porte cent'occhi erano attaccati ai miei passi, e al momento d'infilare l'uscio fatale mi pareva che tutti i segreti bisbigli di cui ero consapevole alzassero il tono a un tratto.