L'abitudine, che a poco a poco doveva darmi un po' di sicurezza, in questo non mi servì a nulla, perchè a ogni mia apparizione nella viottola paurosa, io aveva prima la coscienza, poi la prova testimoniale d'essere diventato più celebre; il falegname del canto era il primo a vedermi e subito lasciava il suo banco e veniva sull'uscio con la pialla in mano; il calzolaio dirimpetto, docile al richiamo, alzava il capo. E giungevano al mio orecchio dialoghetti come questo:

— È lui, l'amico del numero 3.

— Chi sa mai chi sia?

— Chi lo sa?

Tacevano.

Dalle finestre d'un primo piano si affacciavano due donnette di buon umore, che ridevano sempre non badavo a nessuno, tiravo dritto con lo sguardo fisso, e nel passare la soglia tremenda mi pareva d'udire il falegname ed il calzolaio, che mi avevano seguìto con gli occhi, esclamare quasi all'unissono: — È entrato!

Quando ero entrato, e lo spettacolo era finito, quei due potevano ripigliare il lavoro senza scrupoli, badando solo ad alzar gli occhi ogni tanto per vedermi ripassare all'uscita, ma le mie afflizioni non sempre erano al termine. Se avevo la fortuna d'affacciarmi solo allo sportello, la cosa era facile e spiccia; la padrona mi conosceva, mi salutava come un vecchio avventore, domandandomi notizie della mia salute con una segreta e rispettosa pietà nell'accento e nelle parole; io cavava di tasca l'orologio; essa diceva: È sempre quello, non già per canzonarmi, solo per farmi intendere che non era necessario raschiarlo con un temperino, nè sfregarlo sulla pietra di paragone. — Sempre quello — rispondevo. Anche la somma che mi veniva prestata era sempre quella; ma per un'abitudine del suo commercio la buona donna prima me l'annunziava: Cinquanta lire! Chinavo la testa sul petto, intascavo il mio tesoro. — A rivederla, — diceva la padrona, e io la ringraziava con un sorriso, perchè avevo notato che quando poi tornavo a riscattare il pegno, essa non mi diceva più a rivederla, sebbene avesse molte ragioni di sperare che mi rivedrebbe ancora.

A volte non ero solo; giungevo in coda ad un drappello di donne, e mi toccava aspettare in un canto, sotto le occhiate curiose, col cuore stretto dalla miseria di quella povera gente, che per due lire impegnava un lenzuolo o tre camicie. E mi veniva un pensiero maligno e dolce, cioè che la mia umiliazione doveva servire almeno a qualche cosa: a consolare quegli infelici, a far loro sapere che nella gente che essi guardano con occhio di invidia vi può essere chi soffre più di loro, perchè è costretto a vergognarsi della propria miseria.

In quella brigata di donne vi erano le ardite che scherzavano del dolore e parlavano della sventura a voce alta; vi erano le timide e le dolenti; io ne vidi più d'una che piangeva, asciugarsi le lagrime e guardarmi con rispetto, e vidi le risancione smettere il riso sguaiato per sorridermi, facendo omaggio a una miseria che credevano peggiore della loro, perchè era diversa.

Tutto ciò era triste, tanto triste, che nell'atto di consegnare il mio orologio sotto gli occhi di quelle donne, non mi pareva più di essere l'avvocato Placidi, d'avere una casa, una clientela e un avvenire. Ma ritrovavo tutto me stesso appena svoltato il canto della viottola tremenda, e non ostante la consapevolezza di dovervi tornare, dimenticavo nelle braccia della mia Evangelina tutte le umiliazioni patite.