Forse il merito era un po' del mio umore bonario, e certamente ne aveva la sua gran parte la faccia melanconica e sorridente della mia Evangelina; ma non devo tacere che, nell'andare e nel tornare e per tutto il tempo della difficile operazione del pegno, qualcuno mi era venuto continuamente ripetendo all'orecchio, senza che io gli dessi retta, le note parole: — Coraggio e avanti! — E possiamo non badare una volta e dieci a una voce che ci dice: — Coraggio! — viene poi il momento che questa parola benefica trova la via del nostro cuore.
— Come è andata? — mi chiedeva Evangelina.
— Cinquanta lire — rispondevo: — eccole.
— Questo lo so; c'era molta gente? Ti ha veduto qualcuno di nostra conoscenza? E quella donna ti ha riconosciuto?
— È andata benissimo — dicevo io; e quando era andata malissimo, non aggiungevo altro.
— Se quella donna sapesse che sei l'avvocato Epaminonda Placidi! Non vi andrai più, non i vero?
— Bisognerà pure che vada per ripigliare il mio orologio. Sai?... ieri notte mi ero dimenticato di caricarlo, pareva che lo sapessi... e pure poverino! camminava ancora... si fermerà alle dieci.
— A riscattarlo manderemo qualcuno.
— No, andrò io; oramai sono conosciuto; e poi, chi sa? sarà forse l'ultima volta.
Forse? Evangelina ne era sicura, e come potete credere, finchè mi fu possibile, non le tolsi la dolce illusione.