Un'occhiata furba di Evangelina mi ripetè «i signori come noi...» e un mio sorriso finì la frase: «queste cose le hanno sempre...», poi mi venne un'idea luminosa:
— Al brodo penseremo noi — dissi — ma bisogna prometterci di dare per davvero le pappe al bimbo; avete inteso come si fa... il guscio di un uovo... la semolina ben cotta...
Aveva inteso, prometteva tutto.
Evangelina mi guardò un istante dubbiosa; poi le lessi in faccia che ella aveva indovinato la mia bell'idea.
Quella sera, al momento di assestare i conti della giornata, aggiungemmo allegramente al nostro bilancio la spesa mensile di un vasetto di estratto di carne.
IV.
La nostra casa intanto si veniva facendo bella; quasi non passava settimana che non si arricchisse di qualche piccolo ornamento utile; oltre del calendario, che faceva bella mostra di sè nel mio studiolo, avevamo un termometro Réamur, le cortine bianche in quasi tutte le finestre, dei geranii, delle rose, dei garofani in anticamera, sopra una gradinata di legno fatta a posta e inverniciata come la guardaroba, in modo da fingere benissimo il legno di rovere (pensiero applauditissimo di Evangelina); sopra il tavolino della sala un portasigari sempre pieno di virginie che invecchiavano al servizio del nostro decoro domestico (pensiero poco applaudito dell'avvocato Epaminonda che non fumava) — e non era tutto: possedevamo un orologio a muro, che sonava le ore e le mezz'ore con una gravità insolita, un cannocchiale da teatro, un bel calamaio di vetro, e perfino due candelabri di porcellana. Possedevamo pure altre cose che sarebbe non difficile ma noioso enumerare, e altre ne venivamo aggiungendo festosamente man mano. Una però ci mancava ancora, desideratissima fra tutte e più costosa di tutte, una lampada che scendesse dal soffitto del salotto, proprio nel mezzo della stanza, sopra il tavolino.
Ci eravamo ingegnati in mille modi di resistere a quel pensiero rovinoso; io, per esempio, aveva comprato un albo di ritratti, e l'aveva messo sopra il tavolino, parendomi che così dovessi rinunziare più facilmente alla lampada; Evangelina un giorno mi aveva fatto trovare all'improvviso un successore al nostro merlo buon'anima, di cui la gabbia portava il lutto da più d'un anno.
Tutto ciò era qualche cosa, anzi era molto, ci faceva felici, ma non contenti; dopo di aver distribuito con molta simmetria i parenti e gli amici nell'albo, istintivamente Evangelina alzava gli occhi al soffitto, e io, quando avevo ascoltato per un po' il fischio del merlo nel vano della finestra, io stesso mi trovava senz'avvedermene in contemplazione dinanzi alla famosa lampada che ancora non pendeva sul tavolino.
Doveva pendere, era necessario, era fatale; giudicatene voi stessi.