Senza dirmi nulla, non così segretamente che io non fiutassi, tornando a casa, il mistero, Evangelina era venuta preparandomi con le sue mani una bella improvvisata.
Io fingeva, per contentarla, di non mi avvedere di nulla, e solo la vigilia del gran giorno, quando un'allegria insolita di mia moglie e certi suoi sorrisi strani avrebbero fatto scorgere a un cieco che l'improvvisata era pronta, solo allora mi credei in dovere di far l'uomo avveduto, e le dissi molto astutamente: — «Evangelina mia, tu me n'hai fatta qualcuna, o me la stai facendo».
Se avessi insistito un po' la poveretta mi avrebbe detto tutto allora, come ne aveva gran voglia, ma io non le volli permettere di sprecare in un momento di fragilità mezza la compiacenza a cui aveva diritto; volevo pagare con un grande stupore e a tempo opportuno tutto il prezzo della sua segreta fatica; pigliai per buona moneta la sua prima bugia, mutai discorso, e uscii dicendo dentro di me: «Sarà per domani; e che cosa sarà mai?».
Non dovevo aspettare tanto a saperlo. Evangelina ebbe pietà di me e di lei, e al mio ritorno mi fece trovare — indovinate — appeso al mezzo del soffitto del nostro salotto, un magnifico cestello di carta di varii colori, sorretto da ghirlande pure di carta e da cui uscivano fiori ed erbe a profusione.
— Ti piace? — mi chiese Evangelina con un tremito di contentezza nella voce.
— Bravissima! — le risposi prontamente — hai avuto un'idea bella, proprio bella.
— Non è vero che sta bene?
— Sì, sta proprio bene; è come se ci fosse la lampada; almeno l'effetto è identico.
— È quello che ho pensato anch'io: quando dal mezzo del soffitto penderà un cestello, rinunzieremo più facilmente alla lampada che costa troppo, almeno per ora, finchè non fiocchino i clienti.
— Hai ragione, alla lampada ora non ci si penserà più.