Venne.
Ci eravamo levati di buon'ora, perchè ci pareva d'avere tante cose da fare per prepararci degnamente alla nostra festa; dopo aver dato alcuni ordini in cucina e assestato i mobili della casa, Evangelina, non sapendo che altro fare, se ne venne ad assistere alla delicata operazione della mia barba.
— Or ora sarà qui — mi disse col tremito dell'impazienza nella voce. E siccome non le potevo rispondere, si andò a mettere dinanzi ai vetri per guardare in cortile e vederlo passare, non accorgendosi neppure che mi toglieva la luce.
— Evangelina... — dissi dolcemente.
Essa si volse, mi comprese, e senza dir nulla lasciò la finestra. Io con un'occhiata fuggitiva le lessi in faccia che era in uno di quei momenti difficili in cui la felicità soverchia le nostre forze, e per sopportarla abbiamo bisogno come di un pretesto di dolore.
— Quanto tempo oggi per quella barba! — disse mia moglie un momento dopo.
Mi volsi e le sorrisi. Pensavo: «Ecco come è fatto l'uomo! se non ci si bada, si è insoddisfatti, irascibili, maligni, unicamente perchè si è felici». E con una calma feroce:
— Non vedi l'ora, non è vero? — le dissi.
— Non ho la tua placidezza — mi rispose — è tardi, egli non viene, e tu sei sempre lì dinanzi allo specchio. Che cosa ti è venuto in mente stamane di raderti?
— Che cosa ti viene in mente stamane di darti alla desolazione perchè mi rado?