Tito l’aveva vista partire ad occhi asciutti, per andarsene a Roma; e tornato a casa fece impensierire molto il vecchio Mattia non toccando quasi cibo, nè pennelli per molti giorni.

Poi l’arte, l’eterno amore, si era affacciata ancora nel cervello del giovine, e la famiglia artistica aveva potuto credere che quell’amore fosse caduco come tutte le cotte dei pittori.

Solo suo padre non si era lasciato ingannare; nell’umore taciturno del figliuolo, nelle tele che incominciava e non finiva, egli aveva visto che Tito pensava ancora a quella donna fatale; solamente sbagliava anche lui, come la famiglia artistica, attribuendo la persistenza della malattia amorosa ad un desiderio insoddisfatto. Tito avrebbe potuto dire che Cesira, impietosita da un amore ingenuo e forte come non avrebbe mai incontrato il simile sul palcoscenico, si era data a lui interamente; che gli sonavano ogni tanto nel cervello le parole drammatiche della resa; che vedeva ancora l’atto indifferente ma tragico con cui si era rassegnata al sagrifizio; e che sentiva ogni volta il turbamento infernale di quell’ora di paradiso.

“Voglio contentarvi; voglio che non pensiate più a me, voglio che mi possiate dimenticare.„

Erano le parole che Tito aveva ripetuto a sè stesso mille volte per sentirne ancora il suono; non ne mancava una. Dopo di che Cesira aveva chiuso gli occhi... Ah! li chiudeva anche il giovine quando non si voleva credere abbandonato del tutto.

Ma erano passati molti mesi e Cesira non aveva dato nessuna notizia di sè. Un giorno, da Buenos Ayres, giunse finalmente una lettera della commediante; annunziava di essere divenuta la prima amorosa, d’essere applaudita ogni sera, di essere finalmente arrivata e felice. Arrivata e felice erano sottolineati. E conchiudeva:

“Nulla mi manca, proprio nulla, perchè io sono madre d’una bella bambina, e siete stato voi a darmela. Non ve lo volevo dire, sapete! perchè vi conosco e temevo che questa notizia potesse guastare la vostra pace, mentre a me ne dà tanta. Ci ho pensato meglio; e vi dico che mi avete resa gloriosa, dandomi l’unica felicità che mi mancasse. Non v’inquietate di nulla e siate felice anche voi; io amerò molto la mia creatura, e le ho già insegnato il nome vostro.„

Il povero giovane lesse due volte come uno smemorato; non sapeva bene che cosa andasse ricercando nella notizia allegra che rimescolava tutto il suo vecchio dolore; ma finalmente, in un angolo di quella lettera di quattro pagine fitte, trovò queste parole dimenticate dalla prima amorosa nella foga dello scrivere e aggiunte dopo, probabilmente quando ebbe recitato a voce alta ciò che aveva scritto: “La mia bambina si chiama Bianca...„

Il primo pensiero di Tito Bondi era stato quello di correre, come si trovava nello studio, senza cappello, in maniche di camicia, difilato a Buenos Ayres per baciucchiare la propria creatura, e anche per stringersi al petto quella madre tanto bella, e pregarla, e scongiurarla, e costringerla, se fosse necessario, ad accettare il nome, la casa, l’avvenire, tutto il grande amore che le aveva già offerto una volta. Ma siccome quel viaggio richiedeva quasi un mesetto, e i vapori postali non partono tutti i giorni per la Plata, ebbe agio di riflettere, e formulò un telegramma conciso ma chiaro, che gli parve dover riuscire efficacissimo.

“Tito felice rinnova proposta, scongiura torniate subito; vi aspetta col primo postale. Scrive.„