— Ho perdonato tutto, rispose la fanciulla. Dov’è lui?
Non aveva voluto dire: il babbo, come aveva detto tante volte.
— In sala....
La fanciulla si avviò risoluta, Tito rimase a guardarla finchè ebbe picchiato all’uscio e fu entrata nel salotto.
— Sapevo bene che lei sarebbe venuta subito, disse il vecchio cieco arrestandosi nel mezzo della stanza; aveva in mano la bacchettina che gli serviva a dirigersi e a riconoscere gli oggetti, quando aveva bisogno di girellare per le stanze.
Offriva la mano aperta in cui la ragazza pose la propria.
— Mettiamoci a sedere. Lei non immagina nemmeno quanto può essere indiscreto un vecchio cieco, che ha visto, propriamente visto, una bell’anima come la sua. Ma si tratta di fare una buona azione, e mi pare che non ci possa essere altri che lei per aiutarmi a farla...
Quell’esordio rassicurava il cuore turbato di Sofia. Senza intendere ancora di che si trattasse, essa rispose: grazie.
— Lei ha letto ieri la lettera della commediante, che vuole affibbiare a mio figlio una paternità... ignota. Ho parlato lungamente con Tito, e l’ho persuaso senza molta fatica che egli non può essere la vittima d’un falso dovere. Mio figlio deve molto ancora al suo avvenire, e non lo butterà via per uno scrupolo; io voglio che egli sia marito e padre alla sua ora, voglio che sia felice.
Sofia non rispondeva, e il cieco proseguì lentamente: