La musica, il desinare, la lettura s’ingegnarono a far passare le ore di quella giornata di maggio, e molto prima del crepuscolo, il cieco scese in giardino, accompagnato da Sofia. Passeggiarono un pezzo in silenzio; più volte Mattia interrogò se il sole si mostrasse ancora sull’orizzonte e si impazientì delle ciarle che facevano sul suo capo i passeri sul vecchio ippocastano. Finalmente quel ciaramellio di vocine celianti scemò, e cadde quando il merlo gettò al vento la prima domanda lunga e melanconica.

Allora Mattia prese Sofia per mano, e l’accompagnò fin sull’uscio, che metteva nella viuzza deserta. La ragazza volle tirare il catenaccio, ma non riuscì; e il vecchio le disse con un po’ di tremito: “sono ancora più forte di lei...„

Aperto l’usciolo, Sofia si affacciò nella strada.

— Non vi è nessuno, disse:

Si andarono a mettere sulla panca più vicina. Il sole era proprio tramontato. I contorni delle cose cominciavano a sfumare, e il merlo continuava ad interrogare nel gran silenzio.

Poi una bambina si affacciò nel piccolo vano dell’uscio socchiuso, si guardò intorno, mosse pochi passi barcollanti come per obbedire ad un eccitamento, poi si fermò e si volse.

Il cieco aveva sentito tremare nella propria la mano di Sofia, indovinò il resto, e subito rizzandosi in piedi e voltandosi verso l’uscio, disse con voce amorevole:

— Bianca!

Sentendosi chiamare per nome, la bambina tornò indietro; e allora Mattia chiamò con voce profonda:

— Cesira!...