Aspettò ancora; poi abbandonando la mano della madre, cercò il volto della bimba, di cui sentiva l’alito.
— Dunque, siamo intesi; disse mutando accento; me la piglio io.
Così dicendo, attirava dolcemente a sè la testina, finchè la sentì appoggiata alle proprie ginocchia; la madre infelice esalò un sospiro lungo; la piccina continuava a guardare curiosamente ora l’uomo colla barba bianca, ora la mamma nascosta sotto il velo nero.
— Ah! quanto sono disgraziata! mormorò Cesira.
— Oh! sì; molto disgraziata, confermò Mattia, commosso; è la peggior disgrazia che le potesse toccare.... voler rinunziare alla sua creatura...
— Rinunziare, no; interruppe Cesira con accento drammatico; la mia figliuola, il mio sangue mi appartiene ancora; spero che lei mi permetterà un giorno di rivederla, di amarla sempre e che dirà a quest’innocente di non dimenticare la mammina, di volerle sempre bene, d’aspettarla, perchè essa verrà, verrà presto.
Queste ultime parole furono mormorate appena; all’ultimo vinta dalla commozione la commediante pianse. Pianse propriamente.
La bambinella, dilettata molto da questa scena, rideva.
Mattia tacque; non già perchè non credesse a quell’ardore di palcoscenico, ma perchè la commedia, se era tale, aveva vinto lui stesso e gli levava di bocca le parole.
— Si ricordi che la sua figliuola è in mano di un uomo di cuore, disse poi affannosamente; e se posso fare qualche cosa per la sua sventura... me lo dica subito.