Sofia guardò melanconicamente Tito, il quale soltanto, a parer suo, avrebbe potuto correggere la minaccia che parlava per bocca del cieco. Ma il giovine non contraddisse apertamente e subito; solo, sentendosi penetrare dallo sguardo indagatore della ragazza, dopo un breve silenzio entrò a dire al vecchio:
— Non ti ho detto tutto, babbo. Quel giorno che tu mi credevi sul lago di Lecco, e che io era rimasto invece accanto a voi, non era soltanto per vedere la piccina, ma anche la madre.
— Cesira!... mormorò il vecchio crollando il capo...
— Sì. Ho voluto vederla, senz’esser visto, per poterti dire a voce alta che Cesira non esiste più per me, che la mia passione è morta di dolore. E ho sperato che essa fosse bellissima, più bella di prima, per poterti dire che la sua bellezza mi aveva lasciato indifferente.
Parlava con voce profonda e lenta, senza mai voltarsi verso Sofia.
— L’hai vista? domandò Mattia.
— Ho visto venire una donna velata e la sua bimba che zoppicava; si accostarono alla porta del giardino, la bimba entrò, la madre rimase; poi entrò essa pure; io mi teneva celato dietro un albero del bastione. Dopo un poco riapparve Cesira sola; ma non la potei vedere in faccia. Ditemi che è bellissima ancora...
Sofia era la sola che potesse rispondere, ma ebbe timore che il suono della sua voce tradisse l’intimo pensiero. Rispose invece il cieco.
— Sofia non ha potuto vederla in faccia nemmeno lei; ho voluto sapere la verità da quest’angioletto, e le ho domandato se la mamma è bella, se non ha avuto una grave malattia... e mi ha risposto sempre che la mamma è tanto bella.
— Anche a me ha detto così; ma una madre è sempre bella agli occhi d’un’innocente.