Tito aveva protestato in silenzio, accontentandosi di diniegare con un moto del capo; all’ultimo aveva interrotto per assicurare in buona fede:

— Credilo, babbo mio, Cesira od un’altra sarebbe per me indifferente; ma il pensiero che quella disgraziata è madre, e che il mio amore è risponsabile d’aver dato la vita ad un’infelice...

Mattia fu brutale, e non gli lasciò finire la frase.

— E che ne sai tu se quella bambina è nata della tua colpa? La madre non ti scrive forse che si è data e si dà ad altri? sarebbe capace di ricominciare se tu facessi la corbelleria di sposartela.

— La sua stessa schiettezza... balbettò Tito scoraggiato; la sua abnegazione... il suo disinteresse...

E allora Mattia fu indulgente; prese nelle proprie la mano di suo figlio e gli parlò semplicemente, in tono dimesso, coll’aria di non volerlo nemmeno convincere.

— Pensiamoci insieme: vediamo quanto valga la schiettezza d’una commediante, se non sia sempre un inganno, anzi il più audace degli inganni. Vediamo se in quella che chiamiamo abnegazione non entri là vanità — perchè se vi entrasse appena appena, non crederemmo più all’abnegazione. Al disinteresse poi, non ci credo assolutamente. Chi sa a quanti altri avrà affibbiata quella maternità di cui si dice orgogliosa...

— Ora sei ingiusto, babbo; essa non domanda nulla...

— Perchè non ha bisogno; perchè forse ottiene senza domandare. Chi ti assicura che non domanderà più tardi, quando, avendo bisogno, non sarà sicura di ottenere? Ma allora sarai guarito e potrai anche far l’elemosina, se ne avrai voglia...

— Ti assicuro che io sono guarito...