— E se scendi in fondo alla tua coscienza, disse Mattia, vedrai che lo scrupolo paterno non entra per nulla nella tua smania.

Egli non disse, e sarebbe stato inutile, che nell’anima inquieta di Tito viveva ancora il desiderio di quella vaghissima madre.

Ci viveva tanto, che quel giorno stesso il giovine aveva inviato un’altra lettera dicendo (che cosa non disse in quella lettera di otto pagine?) dicendo che, se volesse tornare, ora e sempre, lei e la sua creatura sarebbero accolte a braccia aperte.

Aveva scritto senza confidarsi con anima viva, ma si pentì e non volle serbare segreti per suo padre, il quale disse unicamente questa parola: aspettiamo.

Aspettarono infatti insieme otto settimane ancora, immaginando che Cesira pensasse meglio ai casi suoi; poi Mattia non aspettò più, e Tito aspettò ancora per molti mesi.


Mattia il glorioso era arrivato al quarto d’ora della disgrazia. La provvidenza, abbandonando lui, lo mise in braccio a suo figlio, che aveva anch’esso un gran bisogno di staccarsi dalla smania amorosa per guardare in faccia a un dovere. Per dir tutto in poche parole: Mattia si ammalò di paralisi, complicata di amaurosi. Col tempo la paralisi fu vinta, ma l’amaurosi rimase: Mattia era condannato a non vedere mai più i capolavori proprii, a non leggere mai più le appendici delle gazzette. Le quali, tutte d’accordo, stamparono che l’illustre, il venerando Mattia, il pittore, che aveva dato all’arte tante tele celebrate, non avrebbe dipinto più nulla.

In quel coro si erano uniti con tutta la buona volontà Sincerus e Novus, adoperando press’a poco le parole medesime. Se non che Sincerus si accontentava di chiamare illustre il povero cieco; Novus aveva abbondato negli epiteti e gli dava ora dell’illustre, ora del venerando, e una volta dell’illustre e venerando insieme, per farla finita.

III.

La cecità era stata un colpo crudele della sorte per quel vecchio glorioso. Per due anni interi aveva consultato gli oculisti più famosi, non ricevendo mai nessuna lusinga, ed egli lusingandosi sempre; s’immaginava e diceva che un bellissimo giorno, fissando la parete nera che gli stava sempre davanti agli occhi, la vedrebbe accendersi e splendere, da costringerlo a chiudere le palpebre.