“Vedrai, aveva detto a suo figlio, il mio malanno è venuto a un tratto, e così se n’andrà.„

Ringraziava i critici, che quando lo avevano creduto spacciato si erano accorti che egli poteva essere illustre e venerando, ma era sicuro che un giorno dovrebbero rintascare quelle lodi prodigate come monete, che sonerebbero per l’ultima volta per non avere corso mai più.

“Voglio vederli ridiventare avari, quando avranno visto e toccato che io sono vivo ancora, e ancora artista.„

Tito diceva sempre di sì, e metteva anzi nella bugia un tantino di enfasi perchè dal tono di voce il vecchio la potesse credere la verità.

Ma due anni di aspettazione e di fede stancano anche le illusioni più robuste.

Nella notte che lo circondava, il tempo, come lo spazio, si era perduto a poco a poco, e se ora Mattia guardava ad un avvenire, altro non vedeva se non il proprio passato glorioso continuarsi nel presente. E perciò si era rassegnato.

Quell’inverno si era fatto portare nello studio un’ampia seggiola e aveva voluto che fosse collocata innanzi al finestrone per modo che il sole ad una certa ora gli battesse sulle gambe. Stava là per ore intere, in silenzio, poi a un tratto sorrideva ad un’immagine gioconda che si era affacciata nel buio.

— Che stai facendo ora? domandò un giorno a suo figlio.

— Metto un po’ di nero nel fondo per staccare meglio la figura; ma ho quasi finito; un momentino ancora e ti dirò se sono contento.

Quando seppe che la macchia nera del fondo faceva bene nel quadro, e che la figura aveva più aria di prima, il vecchio artista fece una domanda inutile, alla quale Tito rispose semplicemente, dopo di essersi curvato a guardare meglio l’espressione della faccia del cieco.