— Non ti sei mai accorta che io sono uno stupido? che io sembro fatto apposta per arrivare in ritardo alla felicità? No? Non te ne sei mai accorta?...
— Non ti capisco... balbettò Sofia.
— Quasi non mi capisco nemmeno io. Non capisco perchè abbia aspettato tanto a dirti il mio pensiero, e che senta il bisogno di dirtelo ora che non può giovare a nulla.
E siccome Sofia non chiese: quale pensiero? Tonio proseguì:
— Io so che il signor Tito ti vuol bene, e che anche tu gli vuoi bene; so che sarete felici, e che nissuno ne avrà tanto piacere sincero, quanto me. Perchè anch’io ti ho voluto bene, e ancora te ne voglio, e sento che te ne vorrò sempre. Direi che ti ho sempre amata senza saperlo, mentre mi pareva di non poter vivere senza Giuditta; ma tu avresti ragione di riderti di me. Ed è per questo che non ho osato parlare; per la vergogna di aver amato un’altra, e che questa altra fosse tua sorella.
Sofia guardò suo cugino con quegli occhi buoni che dicevano tanta indulgenza e tanta pietà.
Camminarono ancora un pezzetto senza dir parola; Sofia cercava la risposta da dare a Tonio, per non affliggerlo, per consolarlo, e anche per non pentirsi essa stessa delle proprie parole o del proprio silenzio. Scelse di dire la verità.
— Sì, è vero; il signor Tito mi ha detto che mi vuol bene; è vero anche che io gliene voglio. Ma ancora non ho accettato l’offerta che mi ha fatto.
— L’accetterai, disse Tonio melanconicamente; devi accettarla se gli vuoi bene...
Sofia crollava il capo.