— Non ancora, disse umilmente Sofia; sono troppo attaccata alla felicità...

A queste parole sconsolate babbo Salvi fece la corbelleria di abbandonare la posizione vantaggiosa che aveva preso per venire a mettersi di fronte alla figliuola, sotto lo sguardo buono e mesto ma risoluto. Cercando una sedia, gli venne veduto uno sgabello basso, e lo andò a prendere in buona fede. E quando ebbe messo il testone spettinato sotto la carezza della fanciulla, s’immaginò d’essere più forte nel dirle l’animo paterno. Disse lentamente:

— Io non voglio far violenza alla tua volontà, ma ti dico che la tua coscienza questa volta non è buona consigliera. Anzi ti posso assicurare che non già la tua coscienza parla dentro di te; ma uno scrupolo falso.

Diede tempo la fanciulla di pensare a quelle parole paterne, prima di proferirne altre che s’era preparato.

— Vedi, figliuola, io non mi ho a male che tu non pensi al conforto che darebbe al tuo vecchio padre il sapervi arrivate tutte e due all’agiatezza; non mi ho a male che tu non pensi che io morrei contento di aver vissuto un po’ di tempo accanto alle mie figliuole, compiacendomi della loro ricchezza...

— Ah! non dir questo, babbo mio, interruppe Sofia; non dirlo, perchè non lo pensi; non dirlo, perchè tu pensi il contrario.

— Lo dico; lo ripeto... avevo fatto il sogno di passare una settimana con Giuditta, magari due con te; Giuditta mi avrebbe compatito perchè in casa di mio genero l’agente di cambio non avrei trovato l’ambiente artistico; mentre in casa di mio genero l’artista famoso...

— Taci, taci, babbo; ti fai torto.

— Ma... perchè? Mi faccio torto! ma perchè?

— Perchè rinunzi a tutto te stesso. Tu sei sempre stato povero, e non te ne sei mai vergognato; tutta la vita hai combattuto la povertà colla fierezza; e vorresti farmi credere che la ricchezza delle tue figliuole avesse a distruggere nella vecchiaia una virtù, non diciamo pure virtù, se vuoi...