Lasciando la stanza andò a dire al cieco ed a Tito con umiltà:
— Ho fatto fiasco; mia figlia mi ha messo in sacco...
E quando ebbe spiegato tutto il colloquio diplomatico, conchiuse affermando con un po’ di baldanza:
— Quella ragazza si è servita delle stesse armi che ha trovato in casa, delle armi con cui avevamo combattuto, la mia morta ed io.
Ma siccome Tito e Mattia avevano altro per il capo che sapere di quali armi si erano serviti i coniugi Salvi, il vecchio artista fu preso da uno scrupolo, e modestamente non finì la frase. Senza di che, tutti avrebbero saputo quel medesimo giorno che babbo e mamma Salvi avevano combattuto con la giustizia e colla fierezza — due armi che la società ha ridotto a due monconi per il mal uso che ne ha fatto.
XVIII.
Una mattina Tito annunziò ai cieco ed a babbo Salvi che andava di buon passo a riconoscere sua figlia.
— Credo che ci vorranno dei testimoni; vuol esser lei uno?
Altro che! Babbo Salvi non chiedeva di meglio; ma aveva i suoi dubbi che la cosa si potesse fare così alla lesta; in ogni modo non sarebbe nulla di male tentare; egli conosceva parecchi impiegati all’ufficio dello stato civile, essendo già andato ad informarsi come dovesse fare per le pubblicazioni dell’altra sua figliuola. Era pronto a seguirlo. Andarono.
Il cieco, rimasto solo, si ricordò che nella libreria ci doveva essere un libriccino che gli aveva servito qualche volta, e subito si affacciò all’uscio della camera delle sue ragazze. “Sofia! Bianca!„