— S’intende. Mi vuole aiutare a scrivere?
Mattia Bondi e babbo Salvi non penarono molto a interpellare il capocomico di Barcellona; dopo di che Tomaso fu mandato ad imbucare la lettera alla stazione centrale, perchè partisse colla prima corsa.
La mattina successiva la febbre di Bianca era quasi cessata, e il delirio pure; nondimeno il medico non fu soddisfatto di quel miglioramento che accontentava Sofia, Tito e più degli altri Mattia, il quale ogni volta che si accostava al letticciuolo, pigliava fra le sue una manina della bimba, poi l’altra e se ne andava soddisfatto ad enunciare una sua opinione ardita, cioè che il medico fosse come gli altri... cioè un pezzo d’asino.
— I medici, insinuò una volta, esagerano volontieri il malanno, per potersi dare il vanto di compiere una cura difficile.
Pure il medico fu ascoltato, quando, esaminando Sofia, le ordinò di aversi riguardo.
— Chi ha vegliato questa notte? Lei, non è vero? Ebbene le proibisco di vegliare ancora.
Si pensò a chiamare un’infermiera. Venne quello stesso giorno, prima del tramonto, quando dalla prostrazione di forze della piccina e da qualche parola sconnessa, si potè intendere che la febbre ricominciava.
Quell’infermiera apparteneva alla Congregazione della Misericordia, e quando entrò in camera con quella sua veste a sacco, tutta nera, parve portare la disperazione dove era già entrato lo sconforto; ma aveva un visino giovane e bello, sebbene molto patito, e alle prime parole mormorate dolcemente alla piccola inferma, Bianca guardò la nuova venuta con meraviglia ma senza ripugnanza.
— Come ti chiami?
— Suor Anna.