Quella notte e parecchie altre successive Bianca ebbe la febbre, che si ribellava a tutte le medicine; nel delirio chiamava spesso mammina bella, e credendo le avesse scritto preparava la risposta che voleva scrivere sul guanciale.

Mentre si aspettava da Barcellona qualche notizia dal capocomico venne invece da Nizza una lettera di Cesira.

Si lagnava che sua figlia non avesse risposto due parole a mammina quando le aveva scritto da Marsiglia; il cuore, proprio il cuore soltanto, diceva alla disgraziata madre che sua figlia non stava bene, scongiurava la rassicurassero prontamente.

Sembrò a tutti una delle tante forme di commedia con cui era impastata quella natura femminina; ma nessuno espresse il proprio sentimento, solamente essendosi trovato presente babbo Salvi, affermò che a lui la posta non aveva perduto mai nulla. E non era un paradosso.

Fu egli stesso a rispondere a quella madre che, se voleva abbracciare la sua piccina, si affrettasse, perchè forse non v’era tempo da perdere; e quella forma brutale non ferì la coscienza di nessuno, non ferì nemmeno la misericordia di Sofia, tanto erano convinti tutti che quella donna non sapeva far altra cosa che la commedia.

Ma il domani giunse da Barcellona la risposta aspettata, in cui il capocomico si doleva di non poter dir nulla della sua prima amorosa di una volta; sapeva solamente che da un anno non apparteneva più al teatro. Non essendovi ragione di sorta per dubitare della sincerità di quelle parole, si cominciò a credere che Cesira avesse detto una verità; allora Sofia volle correggere la lettera di suo padre con un’altra più consolatrice, assicurando sembrare proprio, e non sembrava davvero, che la piccina si mettesse meglio; in ogni modo affrettasse, perchè Bianca la chiamava sempre.

Dopo aver preso varie forme e tenuto il dottore incerto per molti giorni tra la meningite e il vaiuolo, la malattia della piccina aveva detto il nome suo: tifo addominale. Il medico cominciò a sperare che, combattuta con bagni e con gl’impacchi diacciati, la febbre non avesse a bruciare gli organi necessarii alla vita. Suor Anna, che in Sofia aveva trovato un’infermiera quasi altrettanto abile quanto lei, preparava gl’impacchi due volte il giorno; “Ah! quanto mi piace!„ diceva la piccola ammalata, sentendo sulle carni infocate quella frescura.

Imprigionata nel lenzuolo, Bianca si sentiva rivivere; ricomponeva le proprie idee, trovava la chiaccherina gentile e perfino la celia.

“Vi vorrei carezzare, perchè avete tutte e due la faccia buona, diceva, ma non posso nemmeno muovere il braccio; mi avete stretto tanto nel lenzuolo.„

E voleva che tutti le venissero intorno per assistere al proprio godimento.