E siccome nessuno fece la domanda che era nell’animo di tutti, il dottore se ne andò dicendo:
— La natura ha alcune molle incognite.
Per tutto quel giorno la piccina sembrò dormire, e solo quando le veniva mutata le vescica di ghiaccio, apriva gli occhi come per cercare qualcuno mormorando parole indistinte.
Si avvicinava la notte crudele, la notte degli ammalati, consacrata al delirio, la notte piena di paure ai veglianti. Per solito all’ora del crepuscolo, Sofia aveva fatto portare il lume; ma quel giorno, pensando alle parole di sua sorella, alla sorte della creaturina che sembrava pronta a spiccare il gran volo, quel giorno era rimasta al capezzale, chiudendo gli occhi anch’essa per abbandonarsi meglio al pensiero.
“Mamma!„ mormorò la piccina; e questa parola fece sussultare Sofia. Aprendo gli occhi, si vide quasi al buio, ma indovinò suor Anna, che dall’altra sponda del letticciuolo, si era inginocchiata a dire le sue orazioni.
In quel momento, senza strepito, fu aperta la porta che metteva in salotto, e due ombre passarono la soglia. Una si accostò senza titubare, ed era il cieco.
— Sofia! interrogò sommessamente quando fu rasente al letto dell’inferma.
Allora la giovinetta, guardando l’ombra rimasta accanto alla porta, intese tutto.
— Sono qua.
— Mio figlio ha bisogno di lei. Ma qui è buio... mi pare.