Leggendo sulla faccia del cieco un’inquietudine, comprese e domandò umilmente:

— Debbo ritirarmi un momento?

Il cieco accennò di sì.

Allora Cesira impresse un lungo bacio sulla fronte della sua morta, e andò nella stanza attigua.

Avvertiti dal cieco, vennero tutti e due al capezzale, Sofia e Tito; stettero un po’ in silenzio, tenendosi per mano; poi Sofia s’inginocchiò, mentre il padre con le labbra fredde trovava il bacio che un giorno aveva desiderato tanto.

Il giorno dopo il melanconico dramma era finito. Bianca dormiva nella piccola bara, fra i fiori che le orfanelle avevano buttato nella fossa.

Cesira, uscita nascostamente dalla casa che l’aveva ospitata nel dolore, non fu più vista venire.

XXII.

Quindici giorni dopo Giuditta giurava davanti all’assessore di seguire l’agente di cambio dovunque gli piacesse andare; e siccome al marito piacque di andar subito a Parigi, essa vi andò volentieri; perchè fra i pochi suoi sogni, quella ragazza soda, quasi punto sognatrice, si era riserbato questo per la luna di miele: visitare il teatro dove si erano svolte tante scene dei romanzi di Paul de Kock. Ma fu l’ultima disillusione, e pochi giorni di viaggio bastarono a farla rinsavire del tutto e ricondurla nella strada giusta e pratica, dove passano i tram a vapore, i cavalli di omnibus, gli agenti di cambio affaccendati, le donnine lente che aspettano e le dame indifferenti che non aspettano più nulla.

Giuditta fu una di queste; in poco tempo ebbe ridotto la sua vita all’equilibrio perfetto fra i desiderii e le soddisfazioni; e siccome l’agente di cambio era ricco veramente, e veramente innamorato, quella donnina savia avrebbe potuto dire a sè stessa ed a tutti di essere proprio contenta, se non fosse stata una fissazione di babbo Salvi.