Il quale, essendosi ficcato il chiodo di continuare la vita povera, continuò ad abitare la soffitta colle finestre tonde, col pretesto d’indipendenza, di fierezza, di dignità e di altre parole magnifiche.
Anzi, per mettersi al sicuro dalla tentazione, aveva indotto Tonio a far casa in comune, e Tonio aveva accettato.
Il primo giorno che il maestro di scuola portò le proprie camicie e i cartoni di disegno in casa di babbo Salvi, fu nel cuore del poveraccio un gran tumulto di idee melanconiche. Aveva deposto la valigia a’ piedi del lettuccio di Sofia, appoggiato i cartoni a quello di Giuditta, e stette lungamente come uno smemorato, sembrandogli di pensare a qualche cosa, ma non sapendo nemmeno lui che cosa. Quando babbo Salvi gli venne a domandare allegramente se avesse scelto il letto in cui voleva dormire, Tonio rispose, allegramente anche esso, che dormire in un letto piuttosto che in un altro gli era sempre stato indifferente. Scelse il letto di Sofia, e quella notte fu contento di vegliare col lume a ventola di Giuditta, leggendo distrattamente un vecchio romanzo dimenticato dalla bellissima creatura ch’egli aveva amato tanto; poi gli parve d’aver sonno, ma spento il lume, gli si presentò nel buio l’occhio tondo della finestra a guardare lungamente nel suo cuore rassegnato.
E perchè pensare a Sofia, se essa amava Tito, se dovevano sposarsi?
Fu una mattina di settembre; la cerimonia si compì senza chiasso, e i due testimoni in municipio ed in chiesa furono l’agente di cambio e il maestro di scuola, il quale aveva voluto contribuire anche lui in qualche modo alla felicità di sua cugina.
Ma invece di un viaggio a Parigi, si fece una scampagnata tutti insieme a Vaprio. Vi prese la sua parte il cieco, più allegramente di ogni altro. Il maestro di scuola, nella sua qualità di testimonio, era stato invitato e non aveva saputo resistere alla propria sorte implacabile, che era di guardare in faccia tutta la felicità degli altri, tutta la propria miseria.
Era quasi sicuro che i mariti dovevano essere stati informati tutte e due, non parendogli possibile che la prima confidenza della sposa non fosse stata per svelare l’amore del povero Tonio. Così gli andava dicendo un pensiero, in cui non entrava amarezza, ma solo un po’ di scetticismo ingenuo. Ma quando ebbe guardato negli occhi l’agente di cambio e l’artista, intese che Sofia si era sentita in dovere di non confidare un segreto che non le apparteneva interamente, e che Giuditta aveva spiattellato ogni cosa, non per vantamento, ma per la fissazione d’essere sincera, che è una forma dell’egoismo umano.
A tavola ognuno volle fare il suo brindisi. Ce ne fu uno allegro molto, quello di babbo Salvi, il quale bevve all’avvenire dei suoi figliuoli; un altro di poche parole, ma che valevano tutta la gran fatica costata all’agente di cambio, il quale, parafrasando le parole del suocero, volle bevere anche lui alla salute dei propri figli.
Tonio fu il primo a battere le mani, e quando gli parve venuta l’ora di fare il suo brindisi, si levò e curvandosi attraverso la mensa venne a mettere la faccia buona vicino a quella degli sposi, per dire sommessamente: “Io non so fare dei brindisi, ma vi dico solo; siate felici.„
— Grazie! rispose Tito; grazie, mormorò Sofia.