— Mettiti bene in capo che io non posso più patire di nulla; vivendo d’un passato che non può essermi tolto, trovo nella memoria tutte le sorgenti del mio godimento. Ma tu non crederai che si possa vivere senza un desiderio almeno... io ne ho uno....
— Dimmelo.
— Sì? Te l’ho a dire? Te l’ho a dire proprio?
Non lo disse. Il desiderio suo era che Tito scegliesse una compagna, non già per lui solo, ma anche per quell’egoista di Mattia; una donnina che fosse bella, che aiutasse il figlio a sperare, che accarezzasse la cecità rassegnata del padre.
Il cieco aspettava un indizio che gli permettesse di proseguire; e quando Tito si lasciò sfuggire un sospiro, egli vi aggiunse una risata discreta, e non fiatò più.
Ma sembrava fatto a posta; quel giorno Barbara ebbe il coraggio ostrogoto di servire in tavola due braciuole, che dalla gratella erano andate a finire nella cenere; e Tomaso si lasciò pigliare ancora una volta dal suo vecchio amore per il vino vecchio del suo vecchio padrone.
E allora il cieco spiattellò il proprio desiderio segreto.
Tito ascoltò in silenzio la parola paterna, e non rispose, ma baciò il testone canuto.
Più tardi entrò a dire:
— Peccato che tu non sappia sonare il pianoforte; peccato che non lo sappia sonare nemmeno io; quanto volentieri a quest’ora si farebbe insieme un po’ di musica! Ma di’ un po’; se ogni sera venisse in casa un sonatore, che si mettesse al cembalo un’ora o due.... Non sarebbe bello?