— Mi scusino se non posso riceverle come vorrei; or ora verrà mio figlio, che ci vede; ma se hanno la bontà di accomodarsi... lì, ci sono delle sedie.
Giuditta si accomodò subito, Sofia rimase in piedi, non ostante che la sorella le accennasse di imitare il suo esempio. Dissero grazie entrambe.
In quel punto entrò Tito.
— Sono qua, babbo; buon giorno, signorine.
Ma ne salutò fuggitivamente una, fu dal primo momento incatenato dalla bellezza dell’altra; la quale si era rizzata un momentino, e si era rimessa a sedere spargendo intorno a sè una malia, unicamente col moto del capo e con lo splendore degli occhi neri.
— Lei, signorina, è Giuditta? balbettò il poveraccio divincolandosi da quella bellezza feroce.
— Sissignore; e questa è Sofia, mia sorella. Il babbo ci ha mandato da loro perchè ci vedano; soniamo tutte e due, e ciascuna di noi può fare la lettura ad alta voce; mia sorella sa più di me, perchè è la maggiore; io sono più allegra. Ma di’ qualche cosa anche tu, Sofia.
— Che vuoi che dica? Abbiamo molta parte del giorno libera...
— E possiamo disporre di tutto il tempo necessario, interruppe Giuditta. Ma il pianoforte dov’è?
— Ci sarà domani, disse il cieco; ma prima mi dicano: quale di loro è la più paziente?