Si strinse nello scialle e si avviarono a braccetto.
Per un poco tacquero tutti e due. Sofia si era accostata il manicotto di pelo alla bocca, Tonio pensava a quello che potrebbe dire per uscir dal silenzio.
— Giuditta non ha potuto venire nemmanco questa volta, disse la ragazza; me ne dispiace.
— Non fa nulla, rispose melanconicamente Tonio; e poi, senti, quasi è meglio così; tu sei tanto buona, con te posso parlare; essa invece non mi ascolta.
— Che cosa hai di nuovo a dirmi? interrogò Sofia parlando nel manicotto.
— Sempre le stesse cose; ho fatto scuola tutto il giorno, ma non me la sono potuta levar d’attorno un momento; essa è stata sempre lì nel mio cervello, indifferente e bella... tanto bella e tanto indifferente!
— Povero Tonio!... Ma chi sa poi se Giuditta è tanto indifferente come te l’immagini. Un po’ di bene te lo vuole di sicuro...
— Questo sì! assicurò il maestro di scuola lasciandosi andare alla credulità; anche l’altr’ieri mi ha detto: se tu mi potessi offrire uno stato come voglio io, non avrei nulla di più caro che d’esser tua, Tonio. Te lo ricordi; ha detto proprio così: non avrei nulla di più caro.
Ma, ricadendo subito nella sfiducia, aggiunse:
— Sicuro; se io potessi darle lo stato che desidera!