— Per fortuna! interruppe Giuditta, se no il tuo Nerone sarebbe capace di ricordarsi le prodezze che compiva in terra; per esempio quando...
— Taci... disse Sofia.
In quel punto si udì un colpo secco sulla credenza; i tre commensali si guardarono in silenzio. Poi babbo Salvi cominciò a parlare con voce profonda e cogli occhi fissi sul punto dove si era manifestata la collera dell’invisibile.
— Nerone, se pure l’amico nostro non ha avuto le sue ragioni di umiliarsi pigliando ad imprestito questo nome odioso, Nerone è mutato. Se gli sarà concesso d’incarnarsi un’altra volta, darà prova di pentimento con tutti; ma intanto con babbo Salvi e con voi altre si è sempre comportato con bontà, e noi lo ringraziamo di tutto cuore.
Il vecchio artista parlava alla credenza con voce melliflua, per pigliare colle buone lo spirito di Nerone; e quando ebbe finito aspettò un momento ancora per essere sicuro di averlo placato, poi, mutando modi e con un accento stizzosetto, disse a Giuditta:
— Già da te non si può mai avere una parola indulgente; la signorina è sempre pronta a condannare; prego il cielo che tu non abbia mai bisogno d’essere compatita ed assolta.
Giuditta non si scompose, ma allungò un braccio verso suo padre; aveva la mano candida al cui paragone la bianchezza sospetta della tovaglia faceva una figura pessima; e senza muovere il corpo menomamente per accostarsi, agitava le dita sulla mensa, perchè il vecchio vi pigliasse una carezza.
Egli volle resistere ancora un poco, disse che quella severità nel giudicare gli altri avrebbe poi dovuto essere accompagnata da qualche altra virtù (e non espresse quale), da qualche altra cosa (non disse nemmeno più virtù), da... insomma...; e allora si arrese, e strinse la manina inquieta che si moveva sulla mensa.
— Caro! disse Giuditta; m’impazientavo, sai? Dunque si ha proprio a dir grazie a questo spirito se ha mandato un ambo?
— E a chi vorresti dirlo? chiese il vecchio.