— Quale ragazzo? disse Sofia. Non me lo ricordo.

— Non ti ricordi del ragazzo seminudo, che mi ha fatto penare tanto?

— A! sì, quello che prima avevi messo in groppa a un asinello, e poi in cima ad un pino e finalmente sull’aia. Sì, ora me lo ricordo; mi piaceva quando era in groppa all’asinello...

— Piaceva anche a me; ma mi venne in mente che sarebbe stato meglio nudo come un piccolo selvaggio di bronzo, sotto il sole napoletano... e sta meglio infatti, ma avrebbe avuto bisogno di due pennellate ancora per dire le sue ragioni a voce alta... Peccato che quel francese non ne abbia voluto sapere.

Babbo Salvi aveva fatto tanta esperienza inutile nella propria vita d’artista, e pensava in buona fede che questa volta avrebbe ottenuto ciò che non gli era riuscito mai, cioè di rimettere una tela incominciata sul cavalletto senza farne un’altra da finire più tardi.

— Ve la voglio mostrare, disse preso dalla sua malattia.

Lo sgomento balenò negli occhi delle due ragazze, e Giuditta disse alla sorella, appena il babbo fu scomparso nella sua camera:

— Bisogna impedirgli di guastare la sua tela; questo tocca a te.

Sofia non trovò parole per rispondere; quando il vecchio Salvi tornò colla tela in mano, erano tutte e due desolate.

— È inutile, più la guardo, e più vedo la necessità di gettare un poco di luce sul grano; anche una pennellata di ombra farebbe staccare meglio la figurina... con tre o quattro tocchi di biacca i colombi si leverebbero davanti a questo monello... Non ti pare, Sofia?