— Non molto; ma ci sta un cappellino per te, uno per tua sorella; per me un paio di scarpe nuove e un cappello, se vi sembra proprio necessario...

— Altro che necessario!

— E poi ancora qualche altra cosa; ma siccome bisogna fare economia...

— Quanto? ripetè Giuditta.

— Lo vuoi proprio sapere: cento lire!

La somma parve bellina, veramente bellina, ma nessuna delle ragazze lo diceva perchè ora toccava a babbo Salvi esprimere una contentezza rassegnata.

— Sì, cento lire non sono molte, diss’egli, se pensiamo in che acque pesca la pittura moderna; del resto la colpa è anche mia; se sapessi accontentare me stesso di poco, il pubblico si accontenterebbe magari di nulla. Ma io faccio l’arte e non il mestiere. Questa tela incominciata vale mille lire almeno; potrei finirla in poche ore e farmi pagare anche più, come fanno certuni che conosco io; ma allora non varrebbe più nemmeno cento, e mi sembrerebbe di rubare in casa mia.

A questo punto babbo Salvi ebbe un impeto di rettorica, e rizzandosi fieramente in faccia alle sue figliuole, come fossero lì, a posta, a rappresentare il mondo burattino, il mondo corbellatore e corbellato, mentre le povere ragazze avevan tutt’altro per il capo, aggiunse con enfasi queste parole magnifiche:

— Io non sarò mai fra i mantenuti dell’arte; mi piace meglio dare l’obolo mio alla divinità; pagare in ginocchio, adorando e soffrendo.

Per solito, quando gli era venuta fuori una di quelle frasi con cui medicava la propria povertà, il vecchio artista, ingenuo in fondo in fondo, stava a ripetersela sottovoce per ammirarla ancora, e qualche volta ne sorrideva per il primo nel fitto della barba brizzolata.