— L’ho cancellata...
— Peccato! Mi ricordo di aver notato certe nuvole basse che pesavano sulla terra come il flagello di Dio; da quel tempo non perdei di vista il nome suo, e mi accadde molte volte di fermarmi davanti alle sue tele, che non erano mai molto finite, se ricordo bene. Le pare?
— Altro! altro!
Babbo Salvi non voleva sviare quella lode, che gli andava in tanto sangue, ma in un’altra occasione avrebbe detto baldanzosamente che per lui quelle tele erano finite, che gli artisti veri devono vedere i quadri in un modo diverso dal pubblico grosso. Ma se avesse detto questo, probabilmente sarebbero entrati in una discussione, e allora l’artista cieco non avrebbe più potuto medicare le ferite che facevano tanto male a babbo Salvi. Lasciò che compiesse quell’opera di misericordia, senza interromperlo.
— Sì, signor Salvi; ho avuto sempre desiderio di conoscerlo, per incoraggiarlo; — mi sarebbe stato lecito incoraggiarlo perchè sono molto più vecchio di lei — le avrei detto che nei suoi abbozzi vi era sempre una pennellata che parlava. E dica, è vero che non vuol mai finire un quadro?
— Sì, è vero; confessò babbo Salvi; forse amo troppo l’arte mia, l’amo tanto da non mi accontentare; ho fatto nel mio cervello tanti quadri che mi sembravano belli, ma quando gli ho fissati con entusiasmo sulla tela, mi hanno lasciato dispettoso; allora gli ho cancellati, qualche volta col pennello, qualche volta colla pietra pomice...
Era la prima volta che babbo Salvi guardava in faccia il proprio peccato senza sentirsi umiliato e nemmeno pentito, perchè durante la confessione il cieco glorioso continuava a mormorare: peccato!
— Peccato! ripetè ancora.
E Primo Salvi compì la propria confessione.
— Così ho sciupato tutta la mia vita.