La bella ragazza rispose melanconicamente grazie, perchè la nuova disinvoltura di Tito le faceva intendere che aveva sprecato tutta la strategia. Ma non disperava ancora.

Non si era ricordata nemmeno più di Tonio, che a quell’ora faceva sentinella, e indovinandolo all’altro lato della strada, non lo volle vedere. Il poveraccio, che già aveva mosso un passo per venirle incontro, si sentì inchiodato a terra da quella sbadataggine. Dopo un poco, la seguì da lontano, attratto dalla sua disgrazia.

Osservava e pensava senza amarezza: “Lui è un bel giovane, è ricco, è quello ch’essa cerca; egli le parla forte, senza voltare il capo verso di lei; ora tace; tacciono entrambi; sarebbe mai vero che non ne fosse innamorato?„

Ma ad ogni mossa del capo di Giuditta, ad ogni parola mormorata che l’aria rubava a quei due per mordere il seno del disgraziato, egli sentiva crescere la propria disgrazia. Però tacevano molto; erano venuti quasi al portone di casa, non avevano detto gran che. Poi Giuditta si fermò, si fermò anche Tonio.

“Sono arrivata!„ disse Giuditta.

E il bellissimo giovinotto non disse peccato! come Tonio aveva immaginato che i bei giovinotti dicessero sempre a tutte le donnine belle; disse invece, e Tonio udì benissimo: “le raccomando di salutare il babbo e la signorina Sofia.„

Poi salutò profondamente e tirò diritto senza nemmeno voltarsi. Allora Tonio sentì la spinta di una molla segreta e in due salti fu sul portone.

Giuditta l’aveva aspettato.

— Bel modo il tuo! gli disse appena fu a tiro; non presentarti subito, e seguirmi da lontano, per far nascere, magari, il sospetto che io ti avessi dato la posta in istrada, o che tu...

— Oh! Giuditta!