Tonio rimase su quel portone come se la felicità lo avesse cacciato di casa.


Giuditta, rientrata in casa, trovò sua sorella al tavolino, con dinanzi il calamaio da tasca e un quaderno di carta; ma non ebbe la curiosità di sapere che cosa avesse scritto.

Girò per la camera, deponendo qua lo scialletto, slacciando alla finestra i nastri del cappellino, e tornando a deporre il cappellino sul letto, accanto allo scialle. Aveva detto appena ciao Sofia, entrando; ora non diceva più altro. Alla fine vedendo che Sofia, rimasta a sedere, seguiva tutte le sue mosse, voltando gli occhi e la testa, si cominciò a lamentare:

— Non dici nulla, questa sera?

— Tacevo perchè devi aver tu qualche cosa da dirmi... Io so bene che cosa...

— Sì, ho da dirti che in casa di ciechi non ci vado più.

— Ti hanno detto qualche parola disgustosa?

— Nessuna parola... nè disgustosa nè altro; ma ti ho a dire che mi sono seccata, e non ci ricasco; il cieco, tanto tanto, può passare, ma l’altro, quel tuo signor... come lo chiami?... Tito...

— Perchè mio? domandò ingenuamente Sofia.