— Sì, un gran peccato, perchè se potesse vedere quello che facciamo noi, farebbe qualche cosa di meglio lei!
Il cieco si schermiva appena appena, ma finiva accettando la lode; a questo punto gli veniva in mente il latino del russo.
— Oh! Giusto!... fagli un po’ vedere la lettera famosa... chi sa che egli ne capisca più di noi.
Egli non capiva affatto, e il vecchio si rallegrava sempre più.
Tutto l’anno, quanto è lungo, Mattia era ridotto alla contemplazione della propria gloria; era una contemplazione melanconica, ma oramai aveva imparato il metodo di annoiarsi, e quasi si può dire che non si annoiava più. E a san Silvestro, quando nella solitudine credeva che fioccassero i biglietti di visita a richiamarlo da lontano, offrendogli un giorno, un’ora del passato, pareva a Mattia di essere preso a braccetto da questa sua gloria che gli camminava a fianco tutto l’anno senza parlargli ad alta voce.
Ogni anno, a tutte le ore della posta di quel famoso giorno, aveva sorriso senza dir nulla, aspettando che Tito gli mettesse in grembo una manciata di biglietti.
— Sono pochi, aveva detto una volta palpandoli, e prima gli aveva contati fra le dita in silenzio, poi aveva voluto che Tito glieli leggesse a uno a uno.
Ma ogni volta erano andati scemando di numero, un po’ perchè taluni degli ammiratori erano morti, un po’ perchè gli enfatici, per esempio quelli che al proprio nome aggiungevano una coda di superlativi, si erano stancati di ammirare. Tito aveva avuto paura che suo padre, il quale intendeva tante cose dell’anima umana, non potesse intendere questa: che l’ammirazione è una gran fatica, e che l’enfasi ha sempre il fiato corto.
E perciò Tito, quando la messe era stata scarsa, vi aveva aggiunto un po’ del vecchio raccolto, per far dire a suo padre:
“Sono molti!„