— Dia qua, gli disse; il suo babbo è contento che legga io; non è vero?

Il cieco acconsentì, sorridendo alla sorte che gli serbava ancora dei momenti buoni.

E Tito cercò inutilmente di resistere al braccio allungato sulla mensa, e consegnò la coppa. Babbo Salvi, prima d’incominciare, volle che il cieco assaporasse bene la propria gloria, se quella si poteva dire gloria, chè egli ci aveva i suoi dubbi.

— Metta una mano qua dentro; quanti! non è vero?

Il primo biglietto che si presentò aveva un nome lungo lungo.

Ariodante Ramirez Spinosa dei marchesi di Roccamala augurava cento anni di vita al grande artista.

— Cento anni sono troppi, disse Mattia modestamente.

— Troppi niente affatto; affermò con sicurezza Primo Salvi. “Chevalier M. N. O. Blowitz, attaché à l’ambassade d’Autriche.„

— Oh! le chevalier Blowitz!... senti Tito; le chevalier Blowitz non era morto?

Primo Salvi sorrideva ad un altro biglietto di visita più complicato, impaziente di leggerlo forte, per vedere come se la sarebbe cavata; non vide che il povero giovine si era fatto rosso.