— Ah! Ti piace? E dimmi; tu intendi quello che ho voluto esprimere?
Tito ebbe bisogno di guardare la tela ancora, poi disse tranquillamente:
— Il trionfo dell’idea!
Ed era proprio il titolo del quadro che Mattia non aveva scritto in un cartellino a piè della cornice.
Egli aveva baciato in fronte il figliuolo, poi sedendo sul trespolo, aveva detto con dignità:
— Sì, è l’idea dominatrice di tutta quanta l’arte; è l’idea senza la quale non si è altro mai che copisti; l’idea tutta nuda, per significare che è la verità. Quel nudo non è classico, e a me non pare nemmeno accademico, ma è bello, perchè la verità dev’essere anche bella se ha da innamorare l’artista. Osserva bene la nudità di questa fanciulla; è casta. Il suo sguardo va oltre la terra; un ramo d’edera le afferra un piede; è umana. Intorno a lei si affaccenda molta gente, che, negando l’ideale, si credono artisti; un solo di tanti si ferma a guardare, ed ha i capelli bianchi...
— Sì, è bello, bello, bello; rispondeva sottovoce Tito; mi piace il colorito smagliante delle carni; molta biacca, tinte verdastre, poco minio, poco cinabro; e su tutto ciò una leggera velatura; non è così? il cielo luminoso in fondo; biacca, turchino e minio; qui, dove luccica quel mucchio di stelle, poche pennellate di cobalto. Sì, mi piace proprio.
Anche quel modo grammaticale di lodare il trionfo dell’idea non era spiaciuto all’artista glorioso, il quale fu contentone di poter svelare il segreto della propria tavolozza a suo figlio, che l’aveva indovinato.
II.
Erano stati giorni lieti quelli passati insieme al cavalletto, padre e figlio, dipingendo tutti e due, accostandosi ciascuno ogni tanto ad interrogare ciò che l’altro aveva messo sulla tela. Tito si accontentava di ammirare in silenzio; Mattia, forte della propria autorità, dava qualche volta un consiglio, per lo più diceva bravo, o bravissimo, e quando diceva bravissimo sentiva il bisogno di abbracciare il giovine artista, non ostante gl’impacci delle due tavolozze e dei due appoggiamani.