Perchè quel giovine di ventidue anni era già un vero artista. Egli non sapeva ancora mettere molta filosofia nelle sue tele; confessava ingenuamente che la vita non gli sapeva dare se non l’immagine delle cose; ma si sforzava di penetrarne il senso arcano, l’anima, come diceva lui.
— Per ora non so far altro, confessava umilmente.
Fece anche meglio in seguito; e quando, l’anno dopo, aveva esposto a Brera la sua Campagna Lombarda, tutti i milanesi restarono ammirati e stupiti che ad un pittore d’ingegno fosse bastato fare quattro passi fuor delle mura per trovare un quadro vivo e pieno di sentimento. Tito Bondi aveva derivato la poesia da una gora pantanosa, in cui certamente al crepuscolo si affacciavano le rane a dire il rosario in coro.
Mattia fu contento che il suo figliuolo cominciasse dov’egli non era arrivato se non a prezzo di tante fatiche, cioè a scuotere la gente addormentata, e costringerla a dire bello davanti all’immagine d’una natura indifferente, anzi brutta. Fu tanto contento che perdonò a Novus quest’altra sentenza da pigliar colle molle: “Vedete bene; la verità salva l’arte; a Tito Bondi è bastato fermarsi davanti ad una gora per fare un paesaggio splendido; il suo merito è di avere espresso fedelmente quello che ha visto.„
— Bada bene, figliuolo, disse Mattia; puoi accettare la lode di Novus, se ti piace; l’accetto io pure... per quel poco che vale. Ma tu sai meglio di me che accade precisamente tutto il contrario; non è la verità che salvi l’arte, la quale non ha bisogno di essere salvata da chicchessia, ma è l’arte eterna che salva la verità. E sta appunto in ciò il gran merito dell’artista, che è di spargere una velatura sulle cose indifferenti, e farle belle. Tu hai idealizzato un pantano, ed è la tua gloria. Non so quello che accada agli scrittori, ma nessuno mi toglie dal capo che i paesaggi che essi rappresentano colla penna, siano sparsi sempre d’un po’ d’ideale, anche quando sono verissimi. Perciò essi dicono qualche cosa: dicono se non altro come gli ha visti l’autore; e tu sai che di dieci persone, le quali guardino, nove vedono qualche cosa che ciascuna per conto proprio ha messo nell’oggetto guardato.
— E il decimo? interrogò sorridendo Tito per dargli l’allegria di sparare un razzo.
— Il decimo è il copista, è l’usciere, che facendo l’inventario si crede più vero di tutti, perchè è scrupoloso nel non dir nulla; perchè non è ideale, ma è semplicemente falso. Pensa bene a quel che ti dico: la verità, senza l’ideale, è meno di niente.
Tito aveva pensato un poco a queste e ad altre cose che gli era andato dicendo suo padre, vi aveva pensato in silenzio, e Mattia potè immaginare di averlo convinto vedendo di lì a poco una tela incominciata, in cui si affacciava da un cielo di nebbia una testina di fanciulla tutta promesse. Ed aveva detto tirando ad indovinare:
— Hai voluto esprimere a tuo modo la mia idea; tu mi nascondi il corpo della fanciulla divina per fermare meglio l’occhio sulla testa. Bada che forse hai ragione. Intanto la tua testa è maravigliosa; te lo dico io; ma promette troppo, e non so se manterrà le sue promesse; temo che l’arte, anche quando siamo riusciti a fermarla ed a farci guardare, sia più severa e più sdegnosa. A me almeno è costata molta fatica.
Il giovine si era fatto rosso a queste parole, e non aveva osato confessare a suo padre che quella testina tutta promesse non era l’arte, non era l’ideale, non era nemmeno un’idea come un’altra, ma solamente una fanciulla che gli sembrava più viva di quante fanciulle aveva visto fino allora, e che gli faceva soffrire le pene del purgatorio, promettendogli il paradiso.