Il cieco parlava con accento mesto, ma tranquillo, e non potendo leggere negli occhi di Tito, gli stendeva la mano cercando la sua. Quando la ebbe stretta con tutta la forza nuova che aveva guadagnato nella battaglia, soggiunse:

— Taci... non mi dir nulla; ho compreso tutto.

— Che cosa?

— Ho compreso l’inganno della tua pietà... povero figliuolo; taci... non cercare d’ingannarmi ancora.... è inutile. Sono forte.... solamente ho ancora sonno; lasciami dormire fino all’ora della colazione. Vedrai che l’appetito mi servirà a tavola... Zitto... Dammi un bacio.

— Mi spiegherai poi... perchè io non capisco...

— Sì, sì, ti spiegherò poi... disse Mattia voltandosi sul fianco.

Tito se ne andò sconsolato.

Per evitare lo sproposito commesso a tavola, egli ora vedeva come bisognava fare; lo vedeva chiaro chiaro ora che lo spropositaccio era commesso. A sanarlo, se fosse possibile, non gli rimaneva altro scampo che mettere faccia tosta per mentire; Tito ci si preparò in buona coscienza, studiando l’accento sincero della menzogna, come avrebbe potuto fare... una brava commediante.

— Ti assicuro, babbo, che è avvenuto un equivoco, che...

Sentiva che nel dire queste poche parole si sarebbe fatto rosso, ma Mattia non avrebbe visto. Solamente, prima di colazione, bisognava fare un po’ di esame di quei biglietti perchè non seguisse ancora qualche grosso guaio.