— Ebbene sì, d’un padre... ma non sarai tu, sarò io; affermò tranquillamente il cieco. Per difenderti contro il tuo passato, contro te stesso, io ti dico che quella creatura non è tua, ti dico che è mia.
Tito continuava a tacere, e Sofia pure; si guardavano negli occhi, ascoltavano entrambi quelle parole mormorate appena.
— Ah! se fosse così! speriamolo, perchè tutto è possibile ad una commediante... anche la verità. Ma se invece questa lettera è un tranello, bada bene Tito...
— Sta sicuro, babbo mio. Ma pensiamoci stanotte ancora, domattina ne riparleremo. Dico bene, signorina?
Sofia accennò di sì, ma si sentiva a disagio, non trovando parole per nascondere il turbamento insolito cagionatole dallo sguardo profondo di Tito, dalle parole sommesse del cieco, dall’accento lamentoso di quella missiva. Rimase per un po’ sgomenta, non sapendo nemmeno lei di che, se degli altri o di sè stessa, e infine chiese licenza d’andare a casa.
— L’accompagno fin sull’uscio, disse Tito.
E quando furono giù per le scale, aggiunse:
— Signorina, l’accompagno fino a casa... me lo permette?
La giovinetta non rispose.
— Dovrei dirle una cosa... insistè Tito.