Soffriva essa realmente?

Sì. Le pareva di soffrire la pena di uno sgomento che ancora non sapeva definire... Sì, soffriva lo strazio della coscienza inquieta.

La processione d’ombre continuò.

Passò la commediante ignota, ma bellissima, passò la bambinella malata, passò il cieco sorridente nella splendida canizie, passò il giovine artista che era stato fino ad un’ora prima l’amico, e non altro. E passò pure Tonio, il segreto amore d’una volta; passò innamorato di Giuditta, e poi indifferente a tutto.

La coscienza inquieta sembrava accusare Sofia d’infedeltà, perchè colui che era poc’anzi l’amico, null’altro, le sembrava divenire il solo, il vero, il suo grande amore. E quando la coscienza si fu placata fino a farle quasi accettare l’infedeltà, rimase in quel cuore semplice e schietto come la umiliazione di una caduta dall’altura in cui essa aveva collocato i propri sentimenti.

Allora volle veder chiaro nel passato e in sè stessa; accese il lume, e rilesse molte pagine di un suo libriccino di memorie.

Il libriccino non nominava nessuno, ma qualche volta accennava ad un sogno suggerito dalla pietà, ad un sogno che era fra le cose belle da dimenticare. Quando non era possibile farne di meno, questo sogno era espresso con una iniziale. Sola nella sua cameretta, rileggendo quelle pagine in cui aveva cercato di raffermare sè stessa, stranissima cosa, le pareva che dove era accennato Tonio, si avesse a leggere Tito, ora e sempre e unicamente Tito, perchè era lui che le aveva detto la prima parola d’amore. Ma, cosa più strana ancora, non era in pace colla coscienza anche per questo; e volle dirlo alle anime morte, le quali certamente in quel punto le stavano intorno curvandosi a guardare quello che avrebbe scritto nella pagina bianca.

Essa scrisse una data: 1 Maggio! pensò ancora lungamente, e non aggiunse altro. Chinò il capo, chiuse gli occhi e la processione di ombre continuò a passare.


Babbo Salvi e la sorella tornarono a casa dopo le undici. Giuditta era di buon umore.