A quella corsa sfrenata i passeggieri si davano da banda spaventati.
— Passale innanzi — gridò Silvio al cocchiere.
La povera rozza tremò sotto lo scoppiettio della frusta, e accelerò ancora la sua corsa. Silvio appoggiò il capo allo sportello, tenendosi nascosto dietro le tende; aveva speranza di veder quella donna e di riconoscerla, e voleva darle a credere di non essere inseguita, per non stornarla dal suo proposito.
Il numero 103 raggiunse il 102.
La corsa delle due carrozze era così rapida, che, prima di passar oltre, si trovarono di fronte un breve tratto. Silvio vide le tende calate, e l'estremità di una mano che spuntava dietro i vetri. Il volto di quella donna era là... dietro... sbigottito forse e tremante.
La carrozza passò oltre.
Il 102 approfittò di quel momento, e voltò a sinistra. Silvio non sentì più il rumore delle ruote dietro di sè. Ahi! essa dunque gli era sfuggita.
Lungi dall'arrestarsi, il cocchiere tirava diritto al galoppo, e giù staffilate sul disgraziato Lupo.
— Lasciatemi fare, gridava dal suo cassetto a Silvio che gli comandava d'arrestarsi.
La carrozza volava, radendo il terreno come una freccia. Silvio intese il rumore delle ruote farsi più sordo, e cessò affatto d'udire l'alternato scalpitare delle zampe di Lupo sul lastrico. Allora levò il capo dallo sportello, e conobbe d'essere nella Piazza d'Armi.