Eugenio lo aveva accompagnalo fino a Ginevra, ma quivi aveva protestato di non volere andar oltre; però dopo aver tentato invano Silvio perchè ritornasse con lui a Milano, vi si diresse solo.

Tutto quel tempo trascorso dal giorno della partenza di Silvio da Milano s'era passato per lui in una lotta penosa tra il disprezzo e l'amore. Confortate dalla lontananza, queste lotte raggiungono per lo più l'oblio e l'indifferenza.

Nei primi giorni Silvio s'era rimasto taciturno; aveva sfuggito il pensiero, ma il pensiero di quella donna che lasciava dietro di sè lo aveva accompagnato durante tutto il viaggio.

Eugenio, vedendolo in tale stato, se n'era spaventato, ed aveva chiesto la cagione. Silvio aveva detto tutto, e il cinismo d'Eugenio non ebbe sogghigni per quella confessione. Il male era serio, e la pietà, meglio che il conforto, suggeriva il silenzio.

A poco a poco Silvio diventò più calmo; anzi, con un mutamento repentino, si fece a un tratto ciarliero e gozzovigliatore. Eugenio tentennava il capo e ripeteva dentro di sè: «egli vi pensa ancora».

Una settimana dopo Silvio spargeva a piene mani il ridicolo sui suoi amori arcadici, e giurava di non essere mai stato così imbecille come presso Carlotta, e prometteva che non lo avrebbe fatto più, con atto di così buffo pentimento, che Eugenio lo guardò meravigliato.

Ma questa volta ancora tentennò il capo e ripetè a sè stesso: «egli vi pensa ancora».

Un'altra volta attraversando una boscaglia, Silvio si chinò a terra e raccolse un fiore, un ciclamino, il fiore che Carlotta amava tanto. Egli stette chino un pezzo e non raccolse più nulla; risollevandosi aveva la fronte impensierita. Eugenio lo guardò attento, guardò il fiore, ma non comprese. Silvio dopo alcuni passi gettò il fiore dietro di sè, ma non potè liberarsi così dal pensiero importuno di Carlotta.

Giunti a Montpellier, Eugenio aveva detto a Silvio:

— Lo sbocco del Rodano sul golfo è uno spettacolo incantevole; vuoi che proseguiamo il viaggio per mare?