«Un uomo che vi ama, vi prega a non chiudere inesorabilmente le vostre finestre. È inutile che vi nascondiate; il suo pensiero vi segue dappertutto, e vi domanda dappertutto ciò che voi forse non vorrete consentirgli giammai: un po' del vostro amore».

Scritta la lettera conveniva pensare a mandarla; e, per quanto la fantasia di Silvio vi si adoperasse, non venne a capo di nulla. Quella casa era inaccessibile, e quand'anche egli si fosse presentato alla porta e avesse affidato al primo venuto il suo foglio da consegnarsi alla signora, chi gli assicurava che non sarebbe invece pervenuto nelle mani di quell'uomo? E chi era quell'uomo? Assai probabilmente un marito geloso. E se il marito stesso fosse venuto ad aprirgli?... Quel primo progetto audace era impossibile, e fu respinto.

Non conosceva alcuno che avesse accesso in quella casa; non sapeva il nome di lei per informarsene nel paese, o per dirigerle la lettera per posta; oltre a che tutti questi mezzi erano imprudenti e pericolosi.

L'ultimo partito era dunque quello di aspettare; forse la Dea degli Amori gli avrebbe offerto un'occasione; quella donna si sarebbe trovata sola in giardino, egli l'avrebbe sorpresa, e fatta una pallottola dei suoi sentimenti, l'avrebbe gettata ai piedi della bella ritrosa.

I primi giorni di novembre furono giorni d'osservazione; il pergolato continuava a sfogliarsi, gli olmi levavano già al cielo le loro braccia nude; il vento fischiava sempre fra le fronde dei pini.

Silvio vedeva realizzarsi in parte i suoi progetti; guardando sotto di sè, poteva scorgere lo scheletro del pergolato e seguirlo coll'occhio finchè si congiungeva col viale dei pini; il settimo pino era divenuto prima l'ottavo, e più tardi il duodecimo. Il pergolato a poche braccia dalle sue finestre, formava un padiglione; sotto di esso era un enorme tavolo di pietra, e alcuni sedili pure di sasso, fatti a foggia di satiri accosciati che tenevano sul capo un disco. Era chiaro che in quel luogo l'incognita s'era riposata più volte.

Tutte queste nuove scoperte furono ben presto esaurite, e non potevano pagare per gran tempo la curiosità di Silvio. Egli aveva cercato per tutto dove il suo occhio giungeva, ma non avea più visto un solo indizio che accennasse alla sua incognita.

Finalmente un giorno, il 10 novembre — Silvio lo notò nel suo albo come un'epoca memorabile — la sorte gli fu benigna. Dubitando d'essere spiato, e che si cogliesse occasione della sua assenza, egli lasciò assai più presto del solito la mensa dell'Albergo di Costanza, e fece ritorno a casa, dove aveva avuto la prudenza di tener socchiuse le imposte d'una delle finestre che guardavano nel giardino.

Si fece alla finestra, colla sua pallottola stretta in una mano. Il cuore gli batteva in modo strano; raramente il cuore s'inganna nei suoi pronostici. Quella donna era seduta nel padiglione del pergolato; occupava uno di quei sedili di sasso a foggia di satiro, e un uomo le era daccanto.

Quei due personaggi non s'accorsero di Silvio, che nascosto dietro le imposte spiava con occhi avidissimi ogni piccolo movimento di quella donna. Era bella? Era giovine? In verità egli non potè saperne più delle altre volte; vestiva a nero; ecco tutto. E quell'uomo? Vestiva a nero anch'esso. Le teste d'entrambi erano piegate verso il suolo ed appoggiate fra le palme. Quella era senza dubbio l'attitudine del pensiero. A che pensavano?