Alcuni giorni tuttavia, ed io sarò ristabilito pienamente; nè vi vedrò una sola volta ancora nella vita? Deh! fate che la memoria dei vostro volto sereno s'imprima nel mio cuore prima di abbandonarvi per sempre. Partirò felice se mi avrete assolto dal vostro corruccio».
XXXVI.
Come Silvio ebbe scritto a gran fatica questa lettera, si lasciò ricadere con molta soddisfazione sul suo letto, pensando per la prima volta che se egli fosse stato a quell'ora sulle panche d'una diligenza, non si sarebbe per avventura trovato così bene.
Suonò il campanello, ed entrò Giovanni cui accennò senza parlare la lettera; poi, siccome la notte antecedente non era stata troppo propizia al suo sonno, chiuse gli occhi ripetendo dentro di sè il nome di Carlotta. A poco a poco si addormentò, ed è probabile che la visione invocata gli apparisse nei sogni.
Quando si destò, vide la camera illuminata da una pallida luce porporina, e una bruna figura seduta accanto al suo letto... Si stropicciò gli occhi, ma la visione non sparì... Un grido morì soffocato sulle sue labbra... Carlotta!...
Era pur dessa!... pallida e sorridente come fantastica creatura di sogno. Aveva un libro in una mano; dell'altra faceva cenno a Silvio di tacere. Vi fu un istante di silenzio. Carlotta guardava Silvio con fronte serena; Silvio guardava Carlotta coll'anima negli occhi, seguendone ogni più lieve movimento, quasi timoroso che l'adorata larva dovesse svanire s'egli ne avesse distratto lo sguardo.
«Lo vedete... sono venuta;» disse Carlotta con dolcezza.
Gli occhi di Silvio non dissero che la riconoscenza, ma una riconoscenza così ardente, che Carlotta sorrise suo malgrado.
— Non sono offesa con voi; aggiunse come a modificare l'interpretazione che Silvio aveva forse dato alla sua venuta.
Silvio comprese il senso intimo di quelle parole, e sospirò mestamente.