Per alcuni istanti non si udì altro che il rantolo di Silvio e la respirazione affannosa di Carlotta.
La poveretta non piangeva, non aveva più lagrime, ma l'espressione del suo pallido volto era così profondamente compassionevole, che pareva riflettere lo stesso dolore.
— Siate forte; prese a dire poco dopo con dolcezza; siate uomo; io non merito tanto dolore... E tuttavia, soggiunse con voce cui cercava di dare una fermezza impossibile, e tuttavia io vi ringrazio con tutte le forze della mia anima; questo linguaggio che mi avete parlato ha prodotto in me la sola gioia che io non avrei creduto di riprovare più mai sulla terra, quella di ingrandire, di risollevare me stessa ai miei occhi. Se voi credete alla riconoscenza degli uomini, fidate sulla mia; è un povero tributo infecondo, il solo che io possa darvi, ma mi viene dal cuore e mi fa bene il potervelo pagare. Credete a me: io non posso esser vostra, non lo posso; non fatemi dire di più. Se voi sapeste il terribile segreto che mi opprime, se conosceste il rimorso che mi divora... Eppure, sì, io lo debbo, io sono forte e lo posso: una confessione. Voi ne avete il diritto; avete anche il dovere di ascoltarla; forse apprenderete a stimarmi di più, e ad amarmi meno. Io non ho più nessun desiderio nella vita, non vedo innanzi alcuno scopo, fuor uno: espiare; pure il pensiero di sapermi stimata da voi allieterà la mia solitudine. Forse siete il solo cui le apparenze abbiano concesso questo fatale diritto di disprezzarmi; voi non ne avete abusato; mi avete amato. Io credo al vostro amore, e ne piango come di una sciagura; credo pure alla vostra stima, ma il tempo muterebbe le disposizioni dell'animo vostro; e forse un giorno non avreste per me che compianto. Io voglio la vostra stima; voi solo guarderete in questo povero cuore così colpevole e così sciagurato: giudicherete voi, voi solo. Direte voi stesso se un legame diverso dall'amicizia può stringere ad un altro cuore questo cuore straziato di donna.
Carlotta aveva detto queste ultime parole collo sguardo francamente aperto e sereno; la sua voce non tremava più. Silvio affranto e scoraggiato, seguiva colla docilità di un bambino le inflessioni soavi di quella voce argentina.
Carlotta tacque un istante; poi prese a parlare in questi termini.
LV.
«La natura ha posto un limite alle lagrime, ed io posso volgermi indietro, e contemplare le più remote memorie dei miei dolori, senza piangere.
Non è gran tempo. Io era ciò che si suol dire una fanciulla da marito, e mi si teneva in conto di tale; ma nel cuore io mi sentivo ancora una bambina. Mio padre, un vecchio negoziante che aveva accumulato un patrimonio coi suoi guadagni, mi aveva fatto dare un'educazione compita, e pretendeva che io ne facessi mostra. Era un buon uomo, e mi amava; io lo compiaceva del mio meglio, ma dentro di me sospiravo quelle dolci ed innocenti puerilità che allietano la facile carriera dei primi anni della vita; in mezzo alle feste, ai suoni, alle danze, a quelle cure che compiacevano la mia nascente vanità di donna, io pensavo a quella festa della vita che si chiama l'infanzia, a quell'età di spensieratezza e di petulanza che folleggia nelle vie, nei fossati, nei giardini, col suo lusso di teste bionde, e coi suoi cori di voci argentine.
Mia madre non era più al mio fianco; la poveretta mi aveva lasciato sola da un pezzo; a me adunque le cure della casa, piccole noie desiderate e care a diciotto anni, ma ingrate a sedici; a me le brighe dei ricevimenti, «madamigella,» «signore,» e poi i soliti complimenti di rigore; e tutto ciò senza sbadigliare, senza uscire fuor di sè stessa, come soleva dire mio padre — terribile carico per il mio piccolo dorso. Io che avrei amato tanto correre per la campagna, inseguire le farfalle e cogliere le more selvatiche!... «Non sei più una bambina» diceva mio padre; «madamigella» mi si diceva da ogni canto; ed io povera creatura, sottratta ai miei piccoli amori, mi rassegnava sospirando.
La nostra casa era frequentata da molta gente; uomini e donne, la più parte vecchi, si davano convegno alla sera per prendere il thè con mio padre. Queste radunanze settimanali erano il mio più gran supplizio; era in esse per l'appunto che io udiva ad ogni momento quella terribile parola madamigella. Era forse una stoltezza la mia; ma questo titolo, che ad altre fa battere il cuore, mi irritava, mi offendeva.