Mi trascinai ai suoi piedi, gli afferrai una mano e la portai alle labbra frementi. Sentivo istintivamente che il pentimento e l'umiliazione mi riabilitavano innanzi alla mia coscienza.

— Lasciami, mi disse respingendomi con dolcezza.

— No, non ti lascio; tu vuoi batterti, tu vuoi morire, e sarò io che ti avrò ucciso.

Si drizzò, piegò il capo verso di me, trasse indietro i miei capelli che mi cadevano scomposti sulla faccia, e mi guardò negli occhi con una espressione selvaggia di speranza.

— Non è per lui dunque che tu piangi?

— Per lui! Oh! Antonio, Antonio mio!

V'era tanta disperazione nelle mie parole, tanto e così vivo affanno, che egli ne fu intenerito, e non mi nascose più le sue lagrime.

— Senti, mi disse, la mia natura si è franta, il mio cuore si è inaridito. Io non aveva altro affetto che il tuo, non aveva speranze o sogni che non fossero in te riposti; ed ho perduto tutto in una volta. Questa favilla che tu hai fatto brillare nell'immensa tenebra della mia mente, questo dubbio che hai gettato nel mio seno, è ora tutto ciò che mi rimane. Lo vedi, io piango come un fanciullo, io non sono che un fanciullo. Affrettati a trarrai d'inganno, ridonami la mia fede, o ritoglimi questa affannosa illusione.

— Sì, gridai io con esaltamento, sì, ti dirò tutto; tu leggerai ogni pagina di questo cuore che è rimasto puro. Ti svelerò il mio passato, ti svelerò le mie colpe, le colpe di un passato che non era tuo...

— Sarebbe vero? interruppe con un grido. Oh! dimmi che mi hai amato, dimmi che mi ami!...