Non lesse il mio libro Felice.

Morì chiamandomi ancora Rina.

Non s'uccise, morì, in due giorni, dopo due anni dal nostro distacco, per non so qual male fulmineo, senza nessuno accanto, forse senza credere di morire.

M'ha chiamata? Non l'ho sentito, non l'ho riveduto. M'ha detto la cosa un mattino Andrea, adagio. E adagio ho rantolato no, no, che non doveva esser vero.

No al destino, Rina?

Ma io avevo differito, differito.... Per non dar dolore a quest'altr'uomo non avevo mai più scritto all'abbandonato, m'era mancata la forza di andar in fondo alla mia speranza, di creare, di alitare una fraternità umorosa dopo l'amore, dopo l'ultima notte vegliata sull'amore.... Miseria mia! Lasciami stare, tu Andrea. Va' via, se ti fa male. Lascia. M'era caro! Non potrò mai più fargli sapere quanto m'era caro. Il tempo s'era fermato, c'era qualcosa di fisso; anche dopo dieci anni rivedendolo gli avrei preso fra le mani quella sua testa dove i capelli erano fiamma, tenerezza, spasimo....


E non sono io qui, e tanto tempo è, Felice, che sei bianca polvere nel tuo cimitero di montagna, non sono io qui, brivido ancora, pensiero di te ancora?

Altri ho amato, dopo quegli stesso per cui t'ho sacrificato, altri più saldamente, con più fiera disperazione. Ma per nessuno forse avrò mai quest'accento che forse era tuo, cuore elegiaco, cuore che prima degli altri tremasti ti smarristi ascoltandomi. Quel mattino che ti seppi morto mi parve finita la mia giovinezza. E no, finisce invece oggi che termino d'evocarti, Felice, per chi? Da oggi non m'appartieni più, e tutto quello che di te non ha saputo fissare svanisce per sempre, e questo ch'è qui chiuso non sarà più mai che una cosa sognata e donata via, donata via, o nostra giovinezza, alla vita!