Dove giungeva senza data, ivi soltanto viveva.
Posterità. Pagine lette con certezza di spirito, messaggio di lontano, nome non importa se mai prima udito, parola che s'inserisce per sempre. Io son forse già sepolta da secoli. E quando mi s'incontra per le strade della vita da quelli che m'han letto così, mi si trova reale e remota quanto l'effige d'un affresco o d'un sarcofago, oppur la figurata in un poema, Calipso o Antigone o Isotta. Vecchi e fanciulle mi guardano con identico abbandono. Madri mi chiedono del mio bambino come s'egli avesse in eterno sette anni. Han vegliato con il mio libro su le ginocchia, hanno creduto. Tante t'han cullato, figlio!
Passavano uomini fieri, uomini scaltri, uomini semplici.
Mi consideravano in silenzio nella mia inaudita fedeltà all'amico povero e deforme.
Uno solo, una volta — aveva una voce che vibrava intensa e bellissima, nessun'altra sentii mai così sospesa nell'aria della sera, palpitante potenza — osò dirmi: «Non vi fa paura la felicità che date? È un dono terribile, e quegli che l'ha ottenuto non lo sa».
Dov'è, com'è la sua voce ancora, che non l'ho mai più udita? Che cos'è questa lucidità del mio ricordo, questa brezza ch'io se voglio sommuovo a tanta distanza di tempo, parole che dinanzi a me sola, allora, s'alzarono nella sera, e chi le pronunciò, se dovrà qui incontrarle, non saprà forse più che furon sue?
Carovane, tante.
Lunghe righe equivalenti.