Così mi rispondeva.
Una invisibile polla di viva acqua ci trasmutava l'una nell'altra. Ella ritornò per qualche attimo materia scalpellata, alitata: io mi sentii composta in linee sovrane, virtù e genio espressi musicalmente, fuor della storia e d'ogni speranza....
(Debbo morire. Finchè avessi saputo portar in me sola il ricordo di quell'istante sarei stata immortale. La divinità ci tocca, non esita ad entrare in noi, perchè conosce che non possiamo non staccarci da ciò che di più grande ci fu donato. Peso insostenibile di ciò che fu più lieve e ci rapì ogni gravame, peso da gettare poi che debbo morire, anima, rivelata bellezza!).
LA FAVOLA.
Ho io timore? Non l'ebbi allora.
Invoco, che mi serbino il loro bene, le donne dolci e pure che ho sulla terra: il volto roseo accorato della mia sorella, nata ultima di mia madre e di mio padre, che ha bimbe ora uguali a quella ch'ell'era, a quella che ancora in certi sonni buoni riveggo e vezzeggio, cara tenerezza: il volto d'un'amica giovinetta, il quale fa quando m'appare che armonia ritorni, anche nell'ore più aspre, tanto è immagine ed essenza di musa, tanto io credo ch'ella intenda e sollevi la vita: ed altri, altri volti ancora, attenti e fedeli: donne, misteri che non tento di sciorre le più sante come le più maliarde....
Cominciò puerilmente come cominciava la primavera: voci d'alati sul poggio mi destavano all'alba, vibravano nuove; mai le mutazioni nel cielo di marzo m'avevan tanto commossa; ingenua e indocile una forza nell'aria pareva ad ogni ora pregarmi e nascondersi.
La favola era bionda. Un color caldo si moveva su tutte le cose. Qualcuno giungendo ogni giorno mi riempiva di fiori il grembo, diceva: «vieni», mi conduceva correndo all'argine vivo e silenzioso del fiume. Cantava. Due punti d'oro negli occhi, una piega violenta e luminosa nei capelli.