Fammi morire!
Fammi morire, chiunque tu sia, è l'ora che la mia carne non può oltre sopportare, l'ora che si preparava ma che non attendevo — fermentano fra macerie i cadaveri, una statua risplende per faro — fammi morire, chiunque tu sia, l'indicibile è questa necessità che tu mi ricopra, oh calore, oh tremore, vicino, più vicino! Hai ragione anche se t'inganni, ha ragione chiunque, sia greve o lieve la sua mano, cogliendomi in quest'ora mi sottometta e mi consoli, nudità contro nudità, brivido sterile e vasto, ch'è l'ora, i sensi finalmente son disciolti, godono essi e spasimano non più asserviti alla natura, natura essi stessi ineffabilmente, e oblio e follia hanno ali sospese d'aquila.
Più su d'ogni rupe, ali sospese a saluto.
Oblio e follia si nomano dov'è la terra e il suo travaglio: dov'io stessa m'affanno, figlia di donna, e che questi nati lucidamente s'ammettano, invano, e mi stempro in vane lacrime, e le valli e i laghi non si riempiono tuttavia, mi stendo e m'avvinghio crudelmente sino a desiderare di mai più vedere a sera gli astri sereni, sino a strider di ribrezzo se una messe per me, di gigli mi piova intorno alle carni, gelida messe ch'era alta nel sole per la gioia di tutti e di nessuno. Oblio e follia in terra. Dov'è crepitìo di secca legna fra alari, dove son foreste e ruvidi frutti di pino, dove sono tombe. Tombe bianche fra grandi cespi di gerani scarlatti, lungo le vie deserte di isole verdi-dorate, o accanto a cedri o accanto ad ulivi. Cimiteri, odorosi di rosmarino, ronzanti di pecchie, profili d'un poco di mondo bruno contro un poco di cielo terso. Dove son giornate di vento lucide, e sulla duna imprecante turbina la sabbia fra cardi azzurri. E templi, bionda pietra porosa tagliata e edificata da mani greche, incanto del travertino incrostato d'alghe, nell'atmosfera paludosa che splende come sguardo in delirio templi aurati, vertici di venustà.
Terra, come sei bella! Le sere che mi appari impenetrabile, con la tua scia infinitamente delicata e nello stesso istante infinitamente violenta, parola senza sillabe, le sere che il tuo colore ottenebrandosi in valli e laghi irride, oh squisitamente, ad ogni umana eloquenza, mi dànno, esse certo, di poter salutarti così, anima librata in bacio.
Baci vuole la terra, plaga disamata.
Canti vuole di felice lievità e di forte carità.